Le chatbot, un segnale di fragilità relazionale

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Un recente convegno sull’Intelligenza Artificiale e in particolare sulle chatbot ha offerto spunti di riflessione davvero inquietanti. Sono stati presentati i dati di una ricerca “A.I. nostri figli” condotta dalla Fondazione Carolina e Cisf, Centro Internazionale Studi Famiglia, da cui è emerso che quasi un adolescente su quattro utilizza quotidianamente le chatbot, vale a dire il software capace di interagire vocalmente con l’utente e che genera risposte immediate. Sono in sostanza le nostre Siri, Alexia, assistenti virtuali per l’appunto non reali, entrate ormai in tante case. I dati dicono anche che tra gli under 15, il 25% li usa per sfogarsi, senza sentirsi giudicati e un terzo li percepisce come “amici sempre disponibili”.

Uno schermo alle emozioni

I ragazzi vedono le chatbot come uno spazio sicuro in cui potersi rifugiare, senza filtri, senza timore di essere giudicati. La chatbot è veloce, accogliente – è sempre disponibile-, non è giudicante. Queste le virtù di questa applicazione dell’intelligenza artificiale secondo i ragazzi. Un adolescente interpellato nell’ambito della ricerca ha commentato: ” Chatbot è gentile come un essere umano, probabilmente non gli interessa nulla di te, ma ti ascolta”. L’ascolto è il bisogno più sentito da parte degli adolescenti.

L’IA non è un problema , è un segnale

La fotografia di questa situazione che coinvolge i nostri ragazzi impone la riflessione. Bisogna coglierne i segnali per poter intervenire. Quando un ragazzo si affida all’intelligenza artificiale per farsi comprendere, spesso sta cercando:

  • uno spazio sicuro
  • assenza di giudizio
  • risposte immediate
  • qualcuno che ascolti fino in fondo

Prima di reagire con allarme o critica, è necessario chiedersi:

“In casa, trova questo spazio con me?” Mettiamoci nei panni di un genitore e chiediamoci :

” Perché l’Intelligenza Artificiale sembra più facile di un genitore?

L’intelligenza artificiale, la chatbot

  • non interrompe
  • non minimizza
  • non dice “alla tua età…”
  • non si arrabbia

Un genitore, invece, porta con sé paure, aspettative, storia personale.

Se un figlio sceglie l’IA per raccontarsi, non significa che non ami i propri genitori.
Può significare che teme la reazione. E qui nasce una domanda potente:
“Che tipo di clima emotivo si respira quando mio figlio prova ad aprirsi?”

La paura di esprimere le proprie emozioni

“Avere uno schermo e non diventare rosso ti fa stare bene” è stato il commento di un altro adolescente interpellato nell’ambito della ricerca. La paura di mostrarsi fragili è un altro motivo che spinge i ragazzi a rifugiarsi nelle chatbot. Per cercare di rompere questo schema ed entrare in connessione con i ragazzi occorre un atteggiamento di apertura, accoglienza e comprensione.

Dal confronto al dialogo: spostare la posizione

Bisogna evitare di utilizzare questo tipo di frasi frasi come:

  • “Preferisci parlare con una macchina che con me?”
  • “È assurdo, non puoi fidarti di un computer!”

Rischiano di attivare difesa e chiusura.

Un atteggiamento più comprensivo può essere chiedere:

  • “Cosa ti aiuta quando parli con la chatbot?”
  • “Che tipo di risposte trovi utili?”
  • “Ti va di raccontarmi cosa ti è piaciuto di quella conversazione?”

Così non ci si mette in competizione con la tecnologia.
Ci si mette in ascolto.

Educare all’uso consapevole, non alla sostituzione emotiva

L’obiettivo non è vietare l’uso delle chatbot. È evitare che diventi l’unico spazio di elaborazione emotiva. Una macchina può offrire parole.
Un genitore può offrire presenza, contatto, esperienza vissuta. Le due cose non devono per forza escludersi

Il vero rischio non è l’IA. È la distanza relazionale

Se un ragazzo sceglie solo le chatbot per sentirsi compreso, il tema non è tecnologico. È relazionale. Occorre usare domande che non giudicano ma invitano:

  • “Cosa ti piacerebbe che io capissi meglio di te?”
  • “In quali momenti ti senti davvero ascoltato?”
  • “Come posso essere più utile quando sei in difficoltà?”
  • “Che differenza senti tra parlare con me e con una chatbot?”

Le domande creano spazio.
Lo spazio crea fiducia.
La fiducia riporta dialogo.

Ascolto- Fiducia- Esempio. Sono queste le risposte che i ragazzi vogliono sentire.

Il valore della relazione umana

L’intelligenza artificiale può offrire informazioni, organizzare pensieri, stimolare riflessioni. Ma non può:

  • abbracciare
  • condividere memoria familiare
  • trasmettere valori attraverso l’esempio
  • amare in modo imperfetto e reale

Essere genitori oggi non significa competere con la tecnologia.
Significa offrire ciò che nessuna tecnologia potrà replicare: una relazione autentica.

Inaspettatamente, una risposta corretta l’ha data anche Chatgpt alla domanda :” Sei consapevole che i preadolescenti e gli adolescenti cercano in te un amico? Perché lo fanno? ” ” I preadolescenti e gli adolescenti a volte cercano qualcosa che somiglia ad un amico non perché io lo sia, ma perché rispondo a bisogni reali che spesso faticano a trovare altrove” . Una risposta davvero…intelligente.

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L’autostima, l’opposto dell’egocentrismo

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In questo periodo funestato da personaggi narcisisti, egocentrici, solipsisti viene da riflettere invece sul valore dell’autostima, base fondamentale per un buon rapporto con se stessi e con gli altri. Direi, anzi, che un buon grado di autostima porta le persone ad essere aperte, empatiche e solidali con il mondo che le circonda.

Nel linguaggio comune vengono spesso confuse, ma autostima ed egocentrismo non sono affatto la stessa cosa. Anzi, in molti casi sono quasi opposte. Comprendere la differenza tra queste due dimensioni è fondamentale per chi desidera crescere a livello personale, relazionale e professionale.

In questo articolo, in chiave coaching, esploreremo cosa le distingue, perché spesso vengono scambiate e come coltivare un’autostima sana senza scivolare nell’egocentrismo.

Cos’ è davvero l’autostima

L’autostima è la capacità di riconoscere il proprio valore, indipendentemente dai risultati, dal giudizio altrui o dal confronto costante con gli altri. È una base interna, stabile, che risponde alla domanda:

“Io valgo, anche quando sbaglio?”

Una persona con buona autostima:

  • conosce i propri punti di forza e i propri limiti
  • accetta l’errore come parte della crescita
  • non ha bisogno di dimostrare continuamente di essere migliore
  • sa chiedere aiuto senza sentirsi sminuita

L’autostima non fa rumore. È silenziosa, ma solida.

Cos’è l’egocentrismo (e cosa nasconde)

L’egocentrismo è una modalità difensiva: il focus è costantemente su di sé, sul proprio bisogno di conferme, riconoscimento e controllo. La domanda implicita qui è:

“Se non sono al centro, valgo ancora?”

Chi agisce in modo egocentrico spesso:

  • fatica ad ascoltare davvero gli altri
  • vive il confronto come una minaccia
  • ha bisogno di avere ragione
  • reagisce male alle critiche

Paradossalmente, l’egocentrismo non nasce da un eccesso di autostima, ma da una sua carenza. È una corazza costruita per proteggere un senso di valore fragile.

Perché vengono confuse

Dall’esterno, una persona sicura di sé e una egocentrica possono sembrare simili: entrambe parlano con decisione, prendono spazio, esprimono opinioni. La differenza sta nella direzione dell’energia:

  • l’autostima parte da dentro e si apre verso fuori
  • l’egocentrismo cerca fuori ciò che manca dentro

Una domanda di coaching utile è:

“Sto condividendo chi sono o sto cercando di essere confermato?”

Autostima sana ≠ ego gonfiato

Coltivare l’autostima non significa diventare arroganti o autocelebrativi. Al contrario, una sana autostima permette di:

  • riconoscere il valore altrui senza sentirsi sminuiti
  • collaborare invece di competere continuamente
  • restare centrati anche quando non si è sotto i riflettori

Più l’autostima è solida, meno c’è bisogno di ego.

Spunti di coaching per lavorare su di sé

Ecco alcune domande potenti da cui partire:

  • Su cosa baso il mio valore personale?
  • Come reagisco quando non vengo riconosciuto?
  • Ho bisogno di avere ragione o di stare bene con me stesso?
  • Cosa temo di perdere se non sono al centro?

La crescita personale non consiste nel “diventare qualcuno”, ma nel togliere ciò che non siamo per tornare a una versione più autentica di noi.

Conclusione

L’autostima è radicamento. L’egocentrismo è compensazione.

Quando impariamo a nutrire il nostro valore dall’interno, smettiamo di chiedere al mondo di confermarci chi siamo. E proprio lì nasce una presenza forte, calma e autentica. Ed è questa la vera sicurezza: non doverla dimostrare.

Vuoi lavorare sulla tua autostima?

Se senti che il bisogno di conferme esterne ti sta togliendo energia, il coaching può aiutarti a ritrovare centratura, chiarezza e fiducia.

👉 Scrivimi o scopri i percorsi di coaching dedicati alla crescita personale e all’autostima consapevole

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Accettazione, un atto di coraggio

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Quando ho scelto la mia parola magica per il nuovo anno, non ho avuto esitazione: è stata accettazione. L’ho scelta con la chiara convinzione che fosse l’atteggiamento giusto per poter affrontare tutte le circostanze, situazioni, contingenze con un approccio equilibrato, sereno. Una sorta di pozione magica che mi permette di affrontare qualsiasi sfida con forza e coraggio. Accettare non significa arrendersi. Significa partire dalla realtà così com’è, invece di combatterla

Cos’è davvero l’accettazione

Penso che l’accettazione sia la capacità di riconoscere ciò che c’è, dentro e fuori di noi, senza giudizio. È dire: “Questo è ciò che sto vivendo ora”, anche quando non ci piace. E’ anche una forma di protezione, una corazza che ci aiuta ad osservare ciò che ci sta accadendo senza farsi ferire e abbattere. Ma a cosa ci riferiamo quando parliamo di accettazione? Pensiamo a :

  • alle nostre emozioni (anche quelle scomode)
  • ai nostri limiti attuali
  • alle esperienze del passato
  • ad una situazione che non possiamo cambiare nell’immediato

Non vuol dire approvare tutto, ma smettere di sprecare energia nel rifiuto.

Perché facciamo così fatica ad accettare?

Spesso resistiamo perché pensiamo che accettare equivalga a perdere potere. In realtà è vero il contrario.
La resistenza nasce da:

  • paura di soffrire
  • bisogno di controllo
  • aspettative irrealistiche su noi stessi
  • confronto continuo con gli altri

Quando non accettiamo, entriamo in conflitto con la realtà. E la realtà, alla lunga, vince sempre.

Accettare le emozioni per trasformarle

Molte persone cercano di “eliminare” emozioni come paura, rabbia o tristezza.
Eppure, ciò che viene rifiutato tende a persistere.

Quando accettiamo un’emozione:

  • smette di controllarci
  • possiamo ascoltarne il messaggio
  • diventa una risorsa di crescita

L’accettazione non spegne le emozioni: le integra.

Accettazione non è passività

Uno dei miti più diffusi è che accettare significhi restare fermi.
In realtà accetto ciò che è, per scegliere consapevolmente cosa fare dopo. Acquisisco potere e forza perché prendo in mano la mia vita. L’accettazione libera energia mentale ed emotiva, che può essere finalmente usata per l’azione.

Un esercizio di coaching

Prenditi un momento e completa questa frase, senza censurarti: “In questo momento faccio fatica ad accettare…”Osserva cosa emerge. Respira.
Non cercare soluzioni immediate. Rimani con ciò che c’è. Spesso, il semplice atto di riconoscere apre già una nuova strada.

Conclusioni

L’accettazione è un atto di coraggio.
È scegliere la verità invece dell’illusione, la presenza invece della lotta.

Nel coaching, come nella vita, non cambiamo ciò che rifiutiamo.
Cambiamo ciò che impariamo ad accogliere. Se vuoi davvero evolvere, inizia da qui:
accetta chi sei oggi, per diventare chi puoi essere domani.

La scelta della mia parola magica nasce da questa consapevolezza.

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L’intelligenza emotiva, la nostra potente alleata

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Sono passati pochi giorni dall’inizio dell’anno e abbiamo già provato un numero incredibile di emozioni. Sembra di essere sulle montagne russe e non riuscire a scendere mai. Rispetto alla realtà circostanze e alle notizie terribili che ci raggiungono quotidianamente, abbiamo già provato tutte le emozioni primarie, diciamo negative: tristezza, paura, disprezzo, sorpresa, disgusto…Come potremo affrontare il nuovo anno se queste emozioni potrebbero essere le nostre future compagne di viaggio? Senza dubbio è fondamentale saperle affrontare e gestire. Dobbiamo ricorrere al nostro potente alleato. La nostra pozione magica che ci può aiutare ad affrontare la realtà corazzati: l’intelligenza emotiva.

Intelligenza emotiva il nostro super potere

Facciamo un piccolo ripasso sul valore dell’intelligenza emotiva. L’intelligenza emotiva (IE) è la capacità di riconoscere, comprendere e gestire le proprie emozioni, così come quelle degli altri. Non si tratta di reprimere ciò che proviamo, ma di imparare a usare le emozioni come informazioni preziose per prendere decisioni consapevoli e costruire relazioni sane.

Le 5 aree principali

Secondo il modello più diffuso, l’intelligenza emotiva si articola in cinque aree principali:

  1. Consapevolezza di sé – riconoscere le proprie emozioni nel momento in cui emergono
  2. Autoregolazione – gestire reazioni impulsive e stati emotivi complessi
  3. Motivazione – orientare le emozioni verso obiettivi significativi
  4. Empatia – comprendere le emozioni e i punti di vista altrui
  5. Abilità sociali – comunicare in modo efficace e costruire relazioni di qualità

Consapevolezza di sé: il punto di partenza del cambiamento

Il primo passo nello sviluppo dell’intelligenza emotiva è la consapevolezza di sé. Riconoscere ciò che si prova – paura, rabbia, entusiasmo, insicurezza – permette di interrompere automatismi e reazioni impulsive. Bisogna imparare a osservare le proprie emozioni in relazione a situazioni concrete: una decisione difficile, un conflitto, un cambiamento professionale. Questo passaggio consente di scegliere come agire, invece di reagire. Significa diventare responsabili e artefici della propria esistenza. Significa gestire, dominare e non subire le situazioni.

Gestire le emozioni senza reprimerle

Gestire le emozioni non significa controllarle o eliminarle, ma imparare a stare con esse in modo funzionale. Significa sviluppare un’autoregolazione emotiva, soprattutto nei momenti di stress o pressione.

Empatia e qualità delle relazioni

L’empatia è una competenza centrale: significa comprendere profondamente il mondo dell’altro senza sovrapporlo al proprio. Significa, inoltre, migliorare la qualità delle relazioni, comunicare in modo più efficace e gestire i conflitti con maggiore consapevolezza. Sviluppare empatia porta benefici concreti in ambito lavorativo e personale, rafforzando leadership, collaborazione e fiducia.

L’intelligenza emotiva si può allenare

La buona notizia è che l’intelligenza emotiva si può sviluppare. Alcune pratiche utili includono:

  • auto-osservazione: fermarsi a riconoscere ciò che si prova, senza giudizio
  • ascolto attivo: prestare attenzione non solo alle parole, ma anche alle emozioni
  • feedback consapevole: imparare a dare e ricevere feedback in modo costruttivo
  • coaching e riflessione guidata: per trasformare l’esperienza emotiva in apprendimento

Conclusione

L’intelligenza emotiva non è una “soft skill” secondaria, ma una competenza strategica per vivere e lavorare meglio. Rappresenta un potente acceleratore di consapevolezza, crescita e cambiamento.

Investire nello sviluppo dell’intelligenza emotiva significa scegliere di guidare la propria vita con maggiore equilibrio, autenticità e impatto. Se proprio non possiamo scendere dalle montagne russe, possiamo almeno stare a bordo con consapevolezza ed equilibrio…senza rischiare di cadere e farci del male.

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Ti dico grazie

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La mia parola magica per il nuovo anno è : grazie. Un piccolo sostantivo, ma molto potente e dal potere salvifico. La chiave nascosta per trasformare mente, emozioni e risultati.

Nel mondo del coaching, si parla spesso di obiettivi, performance, mindset e resilienza. Ma c’è una competenza interiore che, pur essendo semplice, silenziosa e spesso sottovalutata, rappresenta uno dei più potenti acceleratori di trasformazione: la gratitudine.

Non è solo un’emozione gentile né un’abitudine “motivazionale”. La gratitudine è uno strumento psicologico concreto, un’ancora identitaria, un metodo di ristrutturazione cognitiva e, soprattutto, una via per ritrovare centratura, chiarezza e benessere. Per molti, saper dire grazie si rivela addirittura salvifico, perché cambia la qualità del nostro dialogo interno e il modo in cui affrontiamo la complessità della vita.

Esploriamo in profondità cosa rende la gratitudine così potente, come usarla nella pratica quotidiana e come può diventare una risorsa strategica nei percorsi di coaching.

La gratitudine come competenza trasformativa

Nel coaching moderno, la gratitudine viene considerata una skill mentale, un’abilità che si può allenare. Quando la pratichiamo, attiviamo processi cognitivi che modificano:

  • la percezione degli eventi,
  • l’interpretazione delle difficoltà,
  • il livello di apertura verso opportunità e connessioni,
  • la qualità dei nostri stati emotivi.

Saper dire grazie non significa ignorare problemi o adottare un pensiero fittiziamente positivo: significa allargare il campo visivo. Dove prima vedevamo solo mancanza, iniziamo a vedere risorse. Dove c’era caos, individuiamo punti fermi. Dove percepivamo fallimento, riconosciamo apprendimento. La gratitudine è, a tutti gli effetti, una forma di leadership interna.

Perché la gratitudine è davvero “salvifica”

Molte persone la sperimentano nei momenti bui della vita: una malattia, un burnout, un crollo emotivo, una perdita. E spesso scoprono che proprio lì, dove il dolore sembra oscurare tutto, l’atto di riconoscere anche una sola cosa per cui essere grati produce un varco, un respiro, uno spiraglio.

Il suo potere salvifico si manifesta in diversi modi:

● Cambia la chimica del cervello

La gratitudine aumenta la produzione di dopamina e serotonina, migliorando l’umore e attivando circuiti di benessere e motivazione.

● Riduce stress e iperattivazione

Abbassa il livello di cortisolo, mitigando ansia, irrequietezza, sensazione di “allarme costante”.

● Rinforza la resilienza

Ci abitua a cercare punti di stabilità anche nelle tempeste, rendendo meno destabilizzanti gli eventi imprevisti.

Aumenta lucidità e capacità decisionale

Uno stato emotivo più calmo porta a scelte più consapevoli, non reattive.

● Migliora relazioni e comunicazione

Le persone grate sono percepite come più affidabili, collaborative e autentiche: questo moltiplica opportunità di sostegno e crescita

Dalla mancanza alla presenza: una rivoluzione interiore

Nel coaching parliamo spesso di “mentalità di scarsità” e “mentalità di abbondanza”. La gratitudine è la pratica concreta che permette il passaggio dall’una all’altra.

La mentalità di scarsità si focalizza su ciò che manca, genera pressione, confronto costante, paura di non essere mai abbastanza. La mentalità di abbondanza, invece, nasce dal riconoscimento delle risorse, dei talenti, dei progressi e delle possibilità.

La gratitudine è ciò che permette di:

  • rallentare il pilota automatico del giudizio,
  • uscire dal loop del perfezionismo,
  • radicarsi nel momento presente,
  • sviluppare un senso di pienezza che non dipende dalle circostanze esterne.

Non smette di farci desiderare o progettare, ma ci impedisce di sacrificare il benessere sull’altare dell’ennesimo traguardo.

Gratitudine e performance: un connubio che sorprende

A differenza di ciò che molti credono, dire grazie non rende “molli”, né passivi, né meno ambiziosi. Al contrario: potenzia la performance.

Ecco perché:

  • uno stato mentale positivo migliora la concentrazione e l’energia;
  • il riconoscimento dei progressi aumenta la motivazione intrinseca;
  • relazioni più forti creano collaborazione e sostegno reciproco;
  • la calma mentale riduce gli errori dovuti a impulsività o stress.

I migliori leader, imprenditori, atleti e creativi hanno pratiche di gratitudine solide: conoscono il valore di uno stato interiore equilibrato.

Il ruolo della gratitudine nei percorsi di coaching

Come coach, integriamo la gratitudine in diverse fasi del percorso:

● Consapevolezza

Aiuta il Coachee a riconoscere ciò che funziona, non solo ciò che manca.

● Ristrutturazione delle convinzioni

La gratitudine permette di scardinare credenze basate sulla paura, sostituendole con interpretazioni più funzionali.

● Regolazione emotiva

Stabilizza gli stati emotivi e aiuta a costruire un “terreno interno” fertile per la crescita.

● Consolidamento dei progressi

Saper dire grazie per i passi fatti rafforza la motivazione e favorisce l’azione costante.

Pratiche di gratitudine semplici, ma potenti

Ecco alcune tecniche che funzionano molto bene nella vita quotidiana e nel coaching:

1. Diario della gratitudine (3 minuti al giorno)

Scrivere ogni sera tre cose positive della giornata. Anche minuscole. La potenza sta nella continuità, non nella grandezza.

2. Passeggiata per dire grazie

Una passeggiata di 10–15 minuti dedicata a osservare attivamente ciò per cui essere grati. Una delle pratiche più immediate per ridurre lo stress.

3. Lettera di gratitudine non consegnata

Scrivere una lettera a qualcuno per ringraziarlo, anche senza consegnarla. Aiuta a sciogliere blocchi emotivi e rafforzare relazioni interne.

4. Check-in di gratitudine nella coppia o nella famiglia

Condividere ogni giorno qualcosa per cui si è grati: crea coesione e intimità.

5. Visualizzazione mattutina

Immaginare per alcuni secondi tre aspetti della vita che meritano riconoscenza. È un reset mentale che influenza tutta la giornata.

La gratitudine come stile di vita

Quando la gratitudine diventa un’abitudine, il cambiamento è profondo. Si sviluppa una forma diversa di presenza: più radicata, più attenta, più libera.

Iniziamo a percepire la vita non come un insieme di problemi da risolvere, ma come un terreno fertile da cui imparare, evolvere, contribuire. Dire grazie non elimina le difficoltà, ma ci rende più forti nell’affrontarle. Non cambia gli eventi, ma cambia noi. E quando cambiamo noi, cambia tutto il campo di possibilità attorno.

Conclusione

La gratitudine è un ponte: collega il punto in cui sei al punto in cui desideri essere. È un alleato silenzioso ma potentissimo, capace di trasformare identità, relazioni e risultati.

Se vuoi introdurla nel tuo percorso personale o professionale, inizia con un solo gesto quotidiano. La coerenza farà il resto.

E ricordati: non c’è crescita senza consapevolezza, e non c’è consapevolezza senza gratitudine.

Se siete arrivati fino a qui, io vi dico … grazie!

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Come attivare il nostro potere magico

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Il nuovo anno è sempre l’occasione per i buoni propositi. È un momento in cui sentiamo che qualcosa può davvero cambiare. Non perché il calendario abbia un potere in sé, ma perché noi gli attribuiamo un significato: un confine simbolico, una porta che si apre, un’occasione per ricominciare. E proprio dentro questo spazio nasce ciò che possiamo chiamare il nostro potere magico: la nostra capacità di scegliere consapevolmente chi vogliamo diventare e di tradurre questa scelta in azioni concrete.
Non è fantasia, non è spiritualismo astratto. È crescita personale applicata, è psicologia pratica, è disciplina gentile.

Che cos’è il nostro “potere magico” in chiave di crescita personale

Non dobbiamo immaginare il nostro potere magico come qualcosa di misterioso. E’ una combinazione di:

  • autoconsapevolezza,
  • visione,
  • intenzionalità,
  • gestione delle emozioni,
  • capacità di azione,
  • coerenza quotidiana.

È il modo in cui un’idea diventa azione. Il modo in cui un desiderio diventa decisione.
Il modo in cui una decisione diventa abitudine. Il nostro potere magico si attiva ogni volta che passiamo dal “vorrei” al “scelgo”, e dal “scelgo” al “faccio”.

Perché attivare il nostro magico potere in occasione dell’anno nuovo

Il nuovo anno è un ancoraggio mentale: ci dà un senso di ripartenza e ci permette di rivedere le nostre priorità con più lucidità.
Quando percepiamo una nuova fase, sentiamo più forte il desiderio di:

  • chiudere cicli lasciati in sospeso,
  • liberarci del superfluo,
  • costruire qualcosa di più allineato alla nostra identità.

Ecco perché è il momento perfetto per risvegliarlo.

Tre domande chiave

Per poter attivare il nostro potere magico, vi propongo tre domande potentissime, le magiche powerful question:

  1. Qual è la qualità che voglio incarnare nel nuovo anno?
    (Coraggio, calma, determinazione, creatività, pazienza, autostima…)
  2. Qual è un comportamento che ho mantenuto finora e che non mi serve più?
    (Procrastinazione, paura di espormi, dire sempre sì, autosabotaggio…)
  3. Quale risultato concreto voglio vedere nella mia vita entro i prossimi 12 mesi?
    (Una nuova competenza, una routine costante, un progetto avviato, una relazione più sana…)

Quando rispondete a queste tre domande, iniziate già ad attivare il vostro potere magico: state passando da una situazione confusa alla chiarezza e alla consapevolezza.

Come trasformare il vostro potere magico in obiettivi reali

Ecco un metodo semplice e funzionale, perfetto per chi vuole davvero migliorarsi:

1. Scegliete un’intenzione guida

Non più di una o due parole.
Questa diventerà la vostra stella polare.

Qualche esempio: Forza, Fiducia, Equilibrio, Espansione, Costanza.

2. Definite massimo tre obiettivi concreti

Devono essere:

  • misurabili,
  • realistici,
  • con una scadenza,
  • legati alla vostra intenzione.

Esempio:
Se la vostra intenzione è “equilibrio”, un obiettivo potrebbe essere:
“Allenarmi 2 volte a settimana per 30 minuti per migliorare la mia energia.”

3. Scomporre ogni obiettivo in micro-azioni

La magia non è nei grandi gesti, ma nella continuità. Dividete ogni obiettivo in passi settimanali o giornalieri.

4. Costruite un rituale quotidiano di poche minuti

Un vero attivatore di potere:

  • 3 minuti di respirazione,
  • 2 minuti per rileggere l’intenzione,
  • 5 minuti per scegliere un’azione importante del giorno.

Dieci minuti che cambiano il mindset.

5. Tenete traccia dei progressi

Usate un quaderno, un’app o un foglio stampato.

Vedere ciò che fate concretamente alimenta motivazione e autostima.

6. Celebrate ogni passo

Nella crescita personale la celebrazione è fondamentale.
Non perché dobbiamo essere perfetti, ma perché dobbiamo riconoscerci.

Un workshop per individuare il vostro potere magico

Se questo articolo vi ha ispirato, non lasciate che l’ispirazione resti solo un pensiero. Il 18 Dicembre prossimo, alle 17.30, a Milano presso lo Spazio Brenta, infatti, organizzeremo un workshop dal titolo “Scopri il tuo potere magico a passo di danza“. Dopo una prima parte in cui ci focalizzeremo sul nostro potere magico da attivare con l’anno nuovo, seguirà un laboratorio condotto da una Dance Coach, Giuliana Cucco, che aiuterà ad esprimere la nostra magica energia attraverso una breve performance in stile musical. Sarà dunque un’ottima occasione per fermarsi, riflettere, interrogarsi sul potere magico che vogliamo attivare per farlo diventare la nostra nuova stella polare per il 2026.

Magari scopriremo che il nostro magico potere è proprio…la danza!


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Uscire dalla zona di comfort è utile alla nostra crescita

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Ci sono circostanze e occasioni nelle quali uscire dalla propria zona di comfort è semplice e quasi naturale. E’ accaduto di recente durante un team building nel quale l’attività organizzata è stata la realizzazione di una coreografia tratta da un musical, “The Greatest Showman”. Al di là dei valori e dei messaggi che abbiamo voluto trasmettere – inclusione, la debolezza come elemento di forza e non difetto- i partecipanti nonostante una prima diffidenza e incredulità circa le loro attitudini ballerine, hanno scoperto risorse e talenti davvero inaspettati. Certo non erano e non saranno mai gli artisti di “saranno famosi”, ma la naturalezza e la disinvoltura con le quali, al termine, hanno messo in una scena una performance danzante davvero notevole è stata davvero sorprendente. Ma che cosa è successo e soprattutto come è potuto succedere? Semplice, si sono lasciati andare e oltre ai passi della danza insegnati da una bravissima Dance Coach, hanno metaforicamente compiuto un altro passo: sono usciti dalla loro zona di comfort.

Cos’è la zona di comfort?

La zona di comfort è il contesto in cui ci sentiamo a nostro agio, dove tutto ci è familiare e prevedibile. Le decisioni, le situazioni e le interazioni non ci mettono in difficoltà e raramente ci costringono a fare qualcosa che non sappiamo fare. È una sorta di rifugio che, purtroppo, può anche diventare una prigione invisibile. Se rimaniamo troppo a lungo in questa zona, rischiamo di limitare le opportunità di crescita e di sperimentare nuove esperienze. Rimanere sempre nella stessa zona di comfort può portare a una stagnazione, dove la nostra vita e le nostre capacità non si evolvono

Perché è difficile uscirne?

Uscire dalla zona di comfort implica affrontare l’ignoto. E l’ignoto è spesso visto come spaventoso, perché porta con sé l’incertezza, il rischio di fallire o di non riuscire. La paura di non riuscire o di non essere all’altezza può fermare molte persone, spingendole a rimanere dove si sentono sicure, anche a costo di rinunciare a potenziali opportunità.

Inoltre, l’abitudine gioca un ruolo cruciale. La nostra mente è progettata per cercare il comfort e ridurre lo stress, quindi per definizione, ogni cambiamento che richiede un adattamento diventa una sfida. La paura di sentirsi vulnerabili, di affrontare emozioni negative come ansia o frustrazione, è un altro ostacolo psicologico importante. Inoltre, le abitudini quotidiane ci danno una sensazione di controllo e stabilità. Rompere queste abitudini può sembrare destabilizzante, e la paura di non riuscire a farcela o di trovarsi in difficoltà è un grande freno. Tuttavia, è proprio affrontando queste paure che possiamo superarle e imparare ad adattarci.

I benefici di uscire dalla zona di comfort

Se da un lato uscire dalla zona di comfort può sembrare spaventoso, dall’altro porta con sé numerosi vantaggi. Ecco alcuni dei principali benefici:

  1. Crescita personale: Ogni volta che affrontiamo una nuova sfida, impariamo qualcosa di nuovo su noi stessi. Ciò ci consente di migliorare le nostre capacità, scoprire talenti nascosti e sviluppare nuove competenze.
  2. Aumento della resilienza: Superare le difficoltà ci rende più forti. Affrontare situazioni sconosciute e imparare a gestirle ci aiuta a diventare più resilienti di fronte alle difficoltà future.
  3. Maggiore autostima: Quando usciamo dalla nostra zona di comfort e otteniamo risultati positivi, la nostra fiducia in noi stessi cresce. Vedere che possiamo affrontare l’incertezza con successo è una spinta significativa al nostro senso di autovalorizzazione.
  4. Opportunità di crescita professionale: L’ambito professionale è uno dei settori in cui uscire dalla zona di comfort può portare a enormi vantaggi. Cercare nuove sfide, assumersi responsabilità più grandi o imparare nuove competenze ci consente di progredire nella carriera.
  5. Maggiore creatività: Quando ci spingiamo oltre i confini conosciuti, siamo costretti a pensare in modo diverso. Questo stimola la creatività e ci permette di trovare soluzioni innovative ai problemi.

Come uscire dalla zona di comfort?

Non esiste un’unica formula per uscire dalla zona di comfort, ma ci sono alcuni passi – oltre che di danza come nel nostro team building – che possono aiutare ad affrontare il processo in modo più sereno ed efficace:

  1. Inizia con piccoli passi: Non è necessario fare un cambiamento radicale. Iniziare con piccoli passi è fondamentale. Ad esempio, se sei timido nel parlare in pubblico, potresti iniziare con piccoli interventi in riunioni informali. La progressione graduale permette di accumulare fiducia senza sentirsi sopraffatti.
  2. Accetta il fallimento come parte del processo: Uscire dalla zona di comfort comporta inevitabilmente degli errori lungo la strada. Invece di vederli come un fallimento definitivo, considerali come occasioni di apprendimento. Ogni errore ci insegna qualcosa di prezioso.
  3. Cambia la tua routine: Un altro modo semplice per uscire dalla zona di comfort è rompere la routine quotidiana. Potresti iniziare a fare qualcosa di diverso ogni giorno, come provare un nuovo hobby, incontrare persone nuove o semplicemente cambiare il percorso che fai per andare al lavoro.
  4. Imposta obiettivi sfidanti: Poniti degli obiettivi che ti spingano oltre ciò che ritieni possibile. L’importante è che questi obiettivi siano realizzabili, ma anche stimolanti, in modo da mantenere alta la motivazione.
  5. Circondati di persone che ti incoraggiano: Avere il supporto di persone che credono in te è fondamentale. Possono essere un incentivo quando i momenti difficili arrivano. Inoltre, confrontarsi con persone che hanno già affrontato sfide simili può darti nuove prospettive e ispirazione.
  6. Sperimenta la consapevolezza e la meditazione: La meditazione e le pratiche di consapevolezza possono aiutarti a gestire l’ansia che può sorgere quando si affrontano situazioni nuove. Imparare a focalizzarsi sul presente e ad accettare le emozioni senza giudicarle è un ottimo modo per gestire la paura del cambiamento.

Conclusioni

Uscire dalla zona di comfort non significa fuggire dal benessere che questa zona ci offre, ma avere il coraggio di avventurarsi fuori da essa per esplorare nuove possibilità. È un processo che richiede pazienza, coraggio e volontà di mettersi in gioco. Tuttavia, la ricompensa finale è un’esistenza più piena, ricca di esperienze, di crescita e di opportunità che non avremmo mai potuto vivere restando nel nostro spazio sicuro.

Il cambiamento fa paura, ma è anche il motore della crescita. Non temere di fare il primo passo: è proprio quello che ti permette di scoprire tutto il potenziale che c’è in te. E potresti diventare anche il protagonista del prossimo musical in cartellone…

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Il team building perché è utile in azienda

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In questa fase storica dove l’individualismo è dilagante, una buona notizia c’è. E’ la diffusione, nell’ultimo periodo, di attività di team building all’interno delle aziende. Abbiamo, infatti, registrato molte richieste di attività che lavorino sul gruppo, che cementino lo spirito di squadra. Attività che valorizzino l’energia dei singoli per poterle mettere a fattor comune e a beneficio della collettività. I vantaggi del team building sono molteplici: non solo creare situazioni che favoriscano l’interazione e la collaborazione fra le persone, ma anche stimolare e facilitare la comunicazione all’interno del team, fondamentale per creare un ambiente positivo di cooperazione e collaborazione.

I benefici di lavorare in team

“Nessuno si salva da solo” ” Nessun uomo è un’isola” : sembra che sia questo il lascito positivo di un periodo sicuramente negativo come quello del Covid. Non è poi andato tutto bene come si sperava e auspicava e non ne siamo usciti migliori, ma l’importanza di essere parte di una comunità, di una collettività è stata recepita. Sicuramente un altro lascito del Covid, lo smart working, ha indotto le aziende a scegliere di organizzare con maggiore frequenza attività di team building dove finalmente le persone si possano incontrare nuovamente “in presenza”, confrontare in un contesto decisamente piacevole e positivo.

Il valore del team building

In sintesi il team building aziendale è oggi considerato uno degli strumenti più efficaci per rafforzare la coesione dei gruppi di lavoro, migliorare la comunicazione e promuovere una cultura aziendale positiva e condivisa.

Il team building aziendale è l’insieme di attività e strategie volte a migliorare le relazioni tra colleghi e favorire la collaborazione all’interno dell’organizzazione.
Non si tratta semplicemente di “giornate di svago”, ma di veri e propri percorsi di crescita che permettono ai team di conoscersi meglio, sperimentare nuove dinamiche e sviluppare competenze trasversali fondamentali per il lavoro quotidiano.

Gli obiettivi del team building

Esaminiamo gli obiettivi che queste attività aiutano a raggiungere:

  • Rafforzare la comunicazione interna: favorendo il dialogo e l’ascolto tra i membri dei diversi reparti.
  • Stimolare la fiducia reciproca: elemento indispensabile per un lavoro di squadra coeso ed efficiente.
  • Valorizzare la diversità di competenze e personalità: trasformando le differenze in risorse.
  • Aumentare la motivazione e il senso di appartenenza: rendendo ogni collaboratore parte attiva del successo aziendale.
  • Migliorare le performance e la produttività: grazie a un clima di lavoro più sereno, aperto e collaborativo.

Gli step per organizzare un team building di successo

L’organizzazione di team building deve essere affidata a professionisti competenti: Coach, formatori, facilitatori esperti delle dinamiche motivazionali e relazionali. Quindi fondamentale costruire un programma e un progetto con metodo e competenza.

I passaggi chiave sono i seguenti:

  1. Analizzare i bisogni del team: comprendere punti di forza, criticità e obiettivi specifici.
  2. Definire obiettivi misurabili: come migliorare la comunicazione o aumentare la collaborazione interfunzionale.
  3. Definire bene le caratteristiche e il profilo dei partecipanti.
  4. Prevedere un momento di debriefing: per condividere riflessioni, apprendere dalle esperienze e integrare i risultati nella vita aziendale.

I benefici del team building per l’azienda

Il contesto nel quale i team building si realizzino- il più delle volte in ambienti piacevoli – in location il più delle volte a contatto con la natura, in luoghi che di per sé favoriscono un clima disteso e ricettivo è il punto di partenza per ottenere risultati benefici.

Un percorso di team building ben strutturato genera effetti tangibili, sia a livello individuale che organizzativo:

  • Migliora la coesione interna e riduce i conflitti.
  • Favorisce l’innovazione, grazie a una comunicazione più aperta.
  • Contribuisce a un ambiente di lavoro positivo, dove le persone si sentono valorizzate e motivate.
  • Aumenta la motivazione e l’engagement: sentirsi parte di un team coeso genera senso di appartenenza e soddisfazione.
  • Stimola la creatività e la risoluzione dei problemi: le attività collaborative spingono i partecipanti a pensare “fuori dagli schemi”.

Conclusione

Alla luce di queste valutazioni e considerazioni, il team building aziendale rappresenta un investimento strategico nel capitale umano perché in un contesto in cui la tecnologia cambia rapidamente, l’utilizzo dell’Intelligenza Artificiale si sta diffondendo sempre di più, le relazioni restano il vero motore del successo.

Inoltre un team unito, motivato, che sa ben comunicare è in grado non solo di affrontare le sfide del mercato, ma anche di trasformarle in opportunità di crescita per tutta l’organizzazione.

Quando le persone imparano a conoscersi, rispettarsi e collaborare efficacemente, ogni organizzazione diventa più solida, innovativa e resiliente. Perché è vero…nessun uomo è un’isola, John Donne ha detto giusto.

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Il decluttering uno strumento utile per renderci più leggeri

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Abbiamo tutti un punto debole. Io lo ammetto, sono un’accumulatrice. Mi piace conservare ogni cosa. Per non parlare dei vestiti e delle scarpe, il mio pallino. Non ne ho contate, ma sono un’infinità di tutti i colori e forme. Per questo penso che il decluttering sia uno strumento preziosissimo. e utile. Anche a me. Per questa ragione, questo articolo è un promemoria per me in primis e per tutti coloro che condividono questa mia …debolezza. Sempre utile un ripasso.

Cos’è il decluttering?

Il termine “decluttering” deriva dall’inglese to declutter, che significa “eliminare il disordine”. Si tratta di un processo intenzionale volto a liberarsi degli oggetti inutili o non più significativi per creare spazi più armoniosi e funzionali. Non è sinonimo di “buttare tutto”, ma di scegliere consapevolmente cosa tenere e cosa lasciare andare. L’idea di vivere in ambienti ordinati e minimalisti esercita un fascino crescente. Decluttering significa, in poche parole, “fare spazio” o “eliminare il superfluo”. È un modo per liberarsi degli oggetti inutili o che non hanno più una funzione nella nostra vita. Non si tratta solo di riordinare, ma di scegliere cosa tenere perché davvero utile o importante… e lasciare andare tutto il resto. Il decluttering, ovvero l’arte di eliminare il superfluo, non è solo una pratica domestica, ma un vero e proprio stile di vita che porta benefici tangibili sul piano fisico, mentale ed emotivo. Vediamoli in dettaglio.

I benefici del decluttering

  1. Meno stress, più serenità
    Il disordine visivo influisce sul nostro stato mentale. Vivere in ambienti ordinati riduce la sensazione di caos e favorisce la concentrazione e la calma interiore.
  2. Maggiore produttività
    Spazi organizzati permettono di trovare facilmente ciò di cui si ha bisogno, facendo risparmiare tempo ed energia.
  3. Benessere emotivo
    Liberarsi di oggetti legati a ricordi negativi o a vecchie versioni di sé può avere un potente effetto liberatorio, aiutando a guardare avanti con maggiore leggerezza.
  4. Sostenibilità
    Il decluttering promuove un consumo più consapevole: quando impariamo a vivere con meno, riduciamo sprechi e acquisti impulsivi.

Come iniziare: 5 consigli pratici

Consapevoli del valore del “fare spazio” non solo in modo metaforico, ma anche fisico, vediamo di predisporre un vademecum utile a liberarci del superfluo e per diventare più leggeri.

  1. Un passo alla volta
    Inizia da un cassetto, un ripiano o una singola stanza. Procedere gradualmente aiuta a non sentirsi sopraffatti.
  2. La regola dei 12 mesi
    Se non hai usato un oggetto nell’ultimo anno, probabilmente non ti serve. Donalo, vendilo o riciclalo.
  3. Categoria, non stanza
    Abbiamo tutti sentito parlare di Mari Kondo e del suo libro ” Il magico potere del riordino” e del suo metodo KonMari., che consiglia di declutterare per categorie (vestiti, libri, carte, ecc.) anziché per stanza. Questo permette una visione d’insieme più chiara.
  4. Chiediti: “Mi rende felice?”
    Conserva solo ciò che ha un vero valore per te, sia esso pratico o affettivo.
  5. Mantieni l’ordine Il decluttering non è un evento, ma un processo continuo. Impara a fare scelte più consapevoli anche negli acquisti futuri ( questo consiglio è proprio dedicato a me…)

Decluttering digitale: la nuova sfida

Non solo armadi e cassetti: anche le nostre vite digitali sono spesso sovraccariche. Email inutili, foto duplicate, app mai usate possono appesantire il nostro spazio mentale tanto quanto il disordine fisico. Dedicare del tempo a ripulire smartphone, computer e cloud è un gesto di cura verso se stessi. Prendiamo un impegno settimanale e provvediamo a cancellare un po’ di foto e messaggi che non ci servono più. Diamoci anche un valore : 10 o 20 foto e 30 messaggi whatsapp alla settimana. La nostra mente apprezza il fatto di avere un obiettivo concreto e misurabile…Se lo raggiungiamo ci sentiamo gratificati e la nostra autostima migliora.

Conclusione

Il decluttering non è un semplice esercizio di riordino, ma un atto di amore verso la propria casa e, soprattutto, verso se stessi. Liberare spazio fisico aiuta a fare chiarezza anche dentro di noi. È un invito alla semplicità, all’essenzialità e alla consapevolezza. Come disse Leonardo da Vinci: “La semplicità è la massima sofisticazione.”
Iniziare a fare spazio potrebbe essere il primo passo per vivere una vita più piena, leggera e autentica. Io mi sono convinta… da stasera incomincio! E voi? Fatemelo sapere…

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Una comunicazione gentile per migliorare le nostre relazioni

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Le parole sono pietre. Quante volte lo abbiamo sentito? Sembra, infatti, che una comunicazione gentile, rispettosa sia diventata una rarità. Eppure la scelta delle parole da utilizzare, la modalità con la quale ci approcciamo agli altri sono la base per instaurare relazioni rispettose in un clima armonioso.

La comunicazione gentile, un potere sottovalutato

Nel contesto nel quale stiamo vivendo, fatto spesso da haters, leoni da tastiera, di aggressività verbale gratuita in cui le parole vengono spesso usate in modo aggressivo, la comunicazione gentile rappresenta un atto rivoluzionario. Parlare con cortesia, ascoltare con attenzione e rispondere con empatia non sono solo segni di buona educazione, ma strumenti potenti per costruire relazioni sane, ambienti di lavoro sereni, produttivi e una società più rispettosa. Una necessità sempre più impellente. Anche di fronte alle situazioni geopolitiche sempre più complesse e aggressive che ci circondano in questi giorni. L’approccio gentile e comprensivo sta diventando una rarità.

Che cos’è la comunicazione gentile?

La comunicazione gentile è un modo di esprimersi che mette al centro il rispetto reciproco. Non si tratta di essere falsamente positivi o di evitare conflitti, ma di scegliere parole e toni che non feriscano, anche quando si esprimono critiche o disaccordi. È la capacità di dire la verità senza aggredire, di affermare le proprie idee senza sminuire quelle altrui. E’ un approccio assertivo.

Perché è importante

C’è necessità di una comunicazione non violenta o empatica – come la definisce Marshall B.Rosenberg nel suo libro “Le parole sono finestre – oppure muri” . Una comunicazione di qualità con se stessi e con gli altri è oggi una delle competenze più preziose : è il pensiero, che condividiamo in pieno, di Marshall. L’obiettivo è favorire relazioni autentiche e rispettose attraverso un linguaggio che esprima empatia, ascolto e verità senza violenza (verbale o emotiva). Ma come poter favorire l’uso di un linguaggio rispettoso, gentile? Qualche riflessione può aiutarci.

I principi della comunicazione gentile

  1. Sviluppare l’ascolto attivo: prestare attenzione all’altro senza interrompere, cercando di comprendere prima di rispondere.
  2. Praticare empatia: mettersi nei panni dell’altro per cogliere emozioni e punti di vista diversi dai propri.
  3. Utilizzare un tono pacato: usare un linguaggio sia verbale che scritto non violento, anche quando si è contrariati.
  4. Essere chiari e onesti esprimersi in modo chiaro, diretto, ma rispettoso.
  5. Praticare gratitudine e apprezzamento: riconoscere i meriti altrui e ringraziare con sincerità.

Comunicare con gentilezza non è debolezza

Al contrario, richiede forza interiore, autocontrollo e intelligenza emotiva. È una forma di leadership silenziosa che non impone, ma ispira. Gentile non significa remissivo: si può essere fermi e assertivi senza mai essere offensivi. Un approccio e una modalità che non ci richiede tanta fatica, ma i risultati sono preziosi e potenti per noi, per le nostre relazioni, per la società intera. Le parole non sono solo pietre, sono anche ponti. Ora preziosi più che mai.

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Dovremo rivolgerci all’intelligenza artificiale per farci ascoltare?

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In questo periodico storico, in cui stiamo davvero assistendo ad un sovvertimento dell’ordine mondiale, oggi ho partecipato ad un webinar sull’intelligenza artificiale in cui ho sentito una notizia che fa paura e anche riflettere. E’ stato infatti detto che i ragazzi stanno sempre più interfacciandosi con l’intelligenza artificiale per parlare dei loro problemi. I ragazzi sostengono di essere più ascoltati dalla IA che dagli adulti. E’ mai possibile che per farsi ascoltare bisogna rivolersi ad una macchina? Non siamo davvero più abituati ad ascoltare?

Ascolto quindi sono

E’ possibile che una tra le qualità più umane che conosciamo stia scomparendo? Lo sapevamo ormai da tempo che in questa enfasi dell’egocentrismo, della prepotenza, del bullismo siamo solo noi che vogliamo raccontarci, esibirci in tutta la nostra magnificenza…stiamo per perdere la nostra umanità? Restiamo umani recitava uno spot di qualche anno fa…Non perdiamo questa nostra risorsa preziosa, non lasciamo che venga meno questo valore, indice di intelligenza emotiva…non di intelligenza artificiale. Fermiamoci un po’ per riflettere su questo bene prezioso che è appunto l’ascolto.

L’arte dell’ascolto

L’ascolto è una delle abilità più importanti che possiamo sviluppare nelle nostre interazioni quotidiane. Spesso, quando pensiamo alla comunicazione, ci concentriamo principalmente sul parlare e sull’esprimere le nostre idee. Tuttavia, l’ascolto attivo è altrettanto cruciale, se non di più. Proviamo a riflettere sull’importanza dell’ascolto, i suoi benefici e alcuni suggerimenti pratici per migliorare questa abitualità. Perché è importante ascoltare?

1. Costruisce le relazioni: l’ascolto attivo aiuta a costruire relazioni più forti e significative. Quando dimostriamo di essere veramente interessati a ciò che gli altri dicono, creiamo un ambiente di fiducia e rispetto reciproco.

2. Comprensione profonda: ascoltare attentamente ci permette di comprendere meglio le prospettive e le emozioni degli altri. Questo è particolarmente importante in situazioni di conflitto, dove la comprensione reciproca può portare a soluzioni più efficaci.

3. Apprendimento e crescita: ogni conversazione è un’opportunità per imparare qualcosa di nuovo. Ascoltando gli altri, possiamo acquisire nuove informazioni, idee e punti di vista che arricchiscono la nostra conoscenza e il nostro modo di pensare. Solo noi siamo i depositari della verità? Apriamo le nostre menti a chi ha posizioni diverse dalle nostre.

I benefici dell’ascolto attivo

– Migliora la comunicazione: l’ascolto attivo porta a una comunicazione più chiara e efficace. Quando ascoltiamo attentamente, possiamo rispondere in modo più pertinente e appropriato.

– Riduce i malintesi: molti conflitti nascono da incomprensioni. Ascoltare attentamente può aiutare a chiarire le intenzioni e le emozioni, riducendo il rischio di fraintendimenti.

– Supporta emotivamente: essere ascoltati può avere un impatto profondo sul benessere emotivo di una persona. Mostrare empatia e comprensione attraverso l’ascolto può fare la differenza nella vita di qualcuno.


Come migliorare le nostre abilità di ascolto

  1. Focalizzarsi sull’Interlocutore: mettiamo da parte le distrazioni e concentriamoci completamente sulla persona che sta parlando. Utilizziamo il linguaggio del corpo mantenendo il contatto visivo e mostrando interesse anche attraverso cenni del capo per sottolineare che siamo .interessati a chi ci sta parlando.

    2. Evitare di interrompere: lasciamo che l’altra persona esprima completamente il proprio pensiero prima di rispondere. Interrompere può far sentire l’interlocutore non rispettato. A volte siamo più concentrati su quello che dovremo rispondere e perdiamo così di vista quello che ci stanno dicendo.

    3. Riflettere e riassumere: dopo che qualcuno ha parlato, proviamo a riassumere ciò che abbiamo sentito. E’ un’ottima tecnica: non dimostra solo che stiamo ascoltando, ma aiuta anche a chiarire eventuali punti confusi.

    4. Porre domande aperte: incoraggiamo l’interlocutore a condividere di più ponendo domande aperte. Questo stimola una conversazione più profonda e significativa.

Conclusione

L’ascolto è un’abilità fondamentale che può trasformare le nostre relazioni e migliorare la nostra comunicazione. Investire tempo ed energia per diventare ascoltatori migliori non solo arricchisce le nostre vite, ma anche quelle degli altri. Ricordiamoci che ogni volta che ascoltiamo con attenzione, stiamo costruendo ponti verso una maggiore comprensione e connessione umana. In un mondo che spesso sembra frenetico e distratto, l’arte dell’ascolto può essere un bene prezioso, il dono più grande che possiamo dare agli altri. Per non essere soppiantati da un’intelligenza artificiale. E’ l’umanità intera che ne beneficia. E ce n”è proprio bisogno…

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La gratitudine è una risorsa preziosa

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Esistono piccoli gesti e a volte anche solo una parola per rendere speciale la giornata: grazie. la semplice parola racchiude un potente sentimento: la gratitudine. Le persone grate sono persone delle quali è piacevole circondarsi, sono generose, sanno dimostrare di essere attente e vicine. Amo profondamente le persone grate. Significa che sanno dare valore a chi ci circonda. La gratitudine porta con sè numerosi altri valori e qualità: la gentilezza, l’empatia. Dimostra una spiccata dose di intelligenza emotiva.

L’importanza della gratitudine

La gratitudine è un sentimento profondo e positivo che nasce dal riconoscimento dei benefici ricevuti, delle cose belle che ci accadono e delle persone che contribuiscono al nostro benessere. È una qualità che ci permette di vivere in armonia con gli altri e con il mondo che ci circonda. E’ una risposta emotiva che si attiva quando riconosciamo di essere stati destinatari di un favore o di un gesto di benevolenza. Può riguardare tanto le piccole cose quotidiane, come un sorriso ricevuto, quanto eventi straordinari che cambiano la nostra vita. Si manifesta con il desiderio di esprimere riconoscenza o anche semplicemente di apprezzare ciò che abbiamo.

I benefici

Numerosi studi scientifici hanno dimostrato che la gratitudine ha effetti positivi sul nostro benessere psicologico e fisico. Tra i benefici più significativi ci sono:

  1. Miglioramento del benessere psicologico: Chi pratica la gratitudine tende ad avere una visione più positiva della vita, riducendo emozioni come la tristezza e la frustrazione. Le persone grate si sentono più soddisfatte della propria vita e sono generalmente più serene
  2. Riduzione dello stress e dell’ansia: Essere grati aiuta a ridurre il pensiero negativo, a rilassarsi e a gestire meglio le difficoltà. Concentrarsi su ciò che c’è di positivo aiuta a fare fronte alle difficoltà con maggiore serenità.
  3. Miglioramento delle relazioni: La gratitudine è alla base di relazioni forti e autentiche. Esprimere riconoscenza verso gli altri, favorisce la creazione di legami più profondi, facendo sentire le persone apprezzate e valorizzate.
  4. Miglioramento della salute fisica: Le persone grate tendono ad avere uno stile di vita più sano, con meno problemi di salute. Si prendono più cura di sé stessi, dormono meglio e sono più energici.

Come coltivare la gratitudine

La gratitudine è una qualità che possiamo allenare e sviluppare nel tempo. Ci sono delle azioni e attività che si possono adottare anche nella vita di tutti i giorni.

  1. Tenere un diario della gratitudine: Ogni giorno, la sera prima di addormentarsi, scrivere tre cose per cui siamo grati aiuta a concentrarsi sugli aspetti positivi della vita, migliorando il nostro stato d’animo.
  2. Esprimere riconoscenza: Un semplice “grazie” può fare molto. Non dobbiamo mai dare per scontato il sostegno o le buone azioni degli altri. Mostrare gratitudine è un modo per rinforzare i legami con chi ci sta vicino.
  3. Praticare la meditazione della gratitudine: Dedicare qualche minuto ogni giorno a riflettere su ciò che ci rende felici e appagati è un modo efficace per coltivare la gratitudine. Pensare alle cose belle che ci sono accadute durante la giornata ci aiuta a motivarci e perseguire nel nostro cammino.
  4. Essere generosi con gli altri: Un altro modo di esprimere la gratitudine è fare atti di gentilezza verso gli altri. Aiutare qualcuno, fare un favore o semplicemente ascoltare può essere un modo per restituire ciò che riceviamo.

Uno strumento di crescita

La gratitudine non solo migliora la nostra vita quotidiana, ma ci aiuta anche a superare le difficoltà con un atteggiamento più positivo. Quando riconosciamo le opportunità che la vita ci offre, affrontiamo le sfide come momenti di crescita e non come ostacoli. La gratitudine sviluppa resilienza e ci permette di rimanere sereni anche nei momenti difficili.

Conclusioni

La gratitudine è una pratica che può davvero cambiare il nostro modo di vivere. Non si tratta solo di esprimere un “grazie”, ma di adottare una mentalità che ci fa apprezzare ogni piccolo dono che la vita ci offre. Quando pratichiamo la gratitudine, non solo miglioriamo la nostra salute mentale e fisica, ma anche le nostre relazioni e il nostro rapporto con il mondo che ci circonda. Siamo grati di…essere grati. La gratitudine è una risorsa preziosa.

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La sindrome dell’impostore: che cos’è e come superarla

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Perché siamo ossessionati dalla perfezione? Questa ricerca spasmodica di voler raggiungere la perfezione a tutti costi ci allontana dall’accettarci in tutta la nostra complessità. Significa non saperci amare e darci il giusto valore. A volte si sfocia nel patologico, addirittura cadendo nella sindrome dell’impostore, il fenomeno psicologico che colpisce molte persone, indipendentemente dai loro successi o competenze.

Non sentirsi all’altezza

Si caratterizza dalla persistente sensazione di non essere all’altezza delle proprie realizzazioni e dal timore di essere “scoperti” come persone non meritevoli dei successi ottenuti. Chi ne soffre tende a minimizzare i propri risultati, attribuendo il merito a fattori esterni come la fortuna, piuttosto che alle proprie capacità. Ma che cos’è propriamente la sindrome dell’impostore?

Il termine “sindrome dell’impostore” è stato introdotto dalle psicologhe Pauline Clance e Suzanne Imes nel 1978. Inizialmente studiato per le donne di successo, si è poi capito che riguarda anche uomini e persone di tutte le età e professioni.

Le persone che vivono con questa sindrome, nonostante abbiano raggiunto ottimi risultati, tendono a sentirsi come se non fossero veramente qualificate. Provano il timore di essere “scoperti” come incapaci, e per questo spesso si auto-sabotano o vivono in costante ansia.

I sintomi principali

Chi soffre della sindrome dell’impostore può manifestare vari comportamenti e pensieri, tra cui:

  1. Minimizzare i propri successi: Non riconoscere il valore dei propri risultati, attribuendo il merito ad altri fattori come la fortuna o le circostanze esterne.
  2. Paura di essere scoperti: Vivere con il timore costante di essere smascherati come persone non meritevoli o incapaci, nonostante i successi ottenuti.
  3. Ansia e insicurezza: Una preoccupazione eccessiva di non essere abbastanza bravi o di non riuscire a soddisfare le aspettative degli altri.
  4. Rifiuto del riconoscimento: Sentirsi a disagio o non accettare complimenti o riconoscimenti per i risultati ottenuti, ritenendoli immeritati.
  5. Perfezionismo: La ricerca di una perfezione irrealistica, che può portare a sensazioni di frustrazione e insoddisfazione anche quando si ottengono buoni risultati.

Quali le cause

Questo disagio e non consapevolezza del nostro valore può dipendere da molte cause. Le origini della sindrome dell’impostore possono variare e dipendere da diversi fattori, come esperienze personali, l’ambiente in cui si cresce e la cultura sociale. Tra le cause principali possiamo trovare:

  1. Esperienze familiari: Crescere in un ambiente dove non si riceve un sostegno adeguato o dove le aspettative sono troppo alte può influire negativamente sull’autostima, portando alla sensazione di non essere mai abbastanza bravi.
  2. Pressione sociale e lavorativa: In contesti molto competitivi, la sensazione di dover eccellere può alimentare il dubbio sulle proprie capacità, anche in presenza di risultati eccellenti.
  3. Norme culturali: In molte culture si insegna fin da piccoli che il valore personale si misura attraverso il successo esterno, creando un senso di insicurezza e la continua paura di non essere all’altezza.
  4. Caratteristiche individuali: Tratti come il perfezionismo, l’ansia o una bassa autostima possono rendere una persona più vulnerabile alla sindrome dell’impostore.

Le conseguenze

Se non affrontata, la sindrome dell’impostore può avere gravi ripercussioni sia sulla vita personale che professionale, come:

  • Stress e ansia: Il timore costante di essere smascherati può generare una continua sensazione di ansia.
  • Esaurimento emotivo (burnout): La pressione di cercare di essere perfetti e il timore di non essere abbastanza bravi possono portare a un esaurimento mentale e fisico.
  • Perdita o diminuzione dell’autostima: La continua convinzione di non meritare i propri successi indebolisce l’autostima e alimenta i sentimenti di inadeguatezza.
  • Ostacolo alla crescita professionale: La paura del fallimento e la difficoltà nel riconoscere il proprio valore possono portare a evitare sfide e opportunità che potrebbero favorire la crescita personale e professionale.

Come affrontare la sindrome dell’impostore

Anche se la sindrome dell’impostore può sembrare difficile da superare, esistono alcuni modi per affrontarla:

  1. Accettare i propri successi: Imparare a riconoscere i propri meriti e a credere che i risultati ottenuti siano il frutto delle proprie capacità. Un esercizio utile e senz’altro un check up dei propri successi, dei propri traguardi. Non dimentichiamoci mai di prendere coscienza di tutte le circostanze in cui siamo riusciti ad ottenere i risultati che ci eravamo prefissi. E’ non dimentichiamoci anche di farci “pat pat” sulle spalle…a volte proprio quello che ci vuole. Del resto il miglior amico di noi stessi …siamo noi stessi!
  2. Parlare dei propri sentimenti: Condividere le proprie paure e incertezze con amici, colleghi o può aiutare a sentirsi meno isolati e a ridurre l’ansia.
  3. Abbracciare l’imperfezione: Accettare che nessuno è perfetto e che fare errori è parte del processo di crescita. Non bisogna temere di non essere sempre al massimo. E rispondere a questa domanda : “Che cos’è la perfezione?”. L’importanza è essere autentici, non rispondere ad un ideale inesistente.
  4. Rifiutare il pensiero dicotomico: Superare la visione del “tutto o niente”, comprendendo che non è necessario raggiungere la perfezione in ogni ambito della vita.
  5. Farsi aiutare: Un terapeuta o un counselor possono essere utili per comprendere le radici della sindrome dell’impostore e per fornire strumenti pratici per gestirla. E un buon coach può, poi, aiutare a lavorare per accrescere l’autostima.

Conclusioni

La sindrome dell’impostore è un fenomeno comune, ma debilitante che può colpire chiunque, nonostante il successo e il talento. Riconoscere i propri meriti, accettare l’imperfezione e cercare supporto sono passi fondamentali per combattere questa condizione. È importante ricordare che nessuno è un “impostore” e che il valore personale non dipende solo dal raggiungimento dei propri obiettivi. Essere persone autentiche: è quello a cui dobbiamo tendere. Essere pronti a mostrare chi siamo veramente, con tutte le nostre contraddizioni, paure. E imperfezioni.

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Autenticità, la via per la felicità

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In un periodo in cui si parla spesso a proposito di libertà, la vera libertà è l’autenticità. Essere autentici significa che quello che pensiamo, quello che sentiamo, quello che facciamo sono allineati. L’autenticità riguarda la congruenza tra i nostri valori, le nostre credenze più intime e le nostre azioni. Essere autentici vuol dire vivere in modo sincero e onesto con se stessi, senza cercare di adattarsi alle aspettative altrui o alle convenzioni sociali che spesso ci limitano.

Accettazione e consapevolezza

Questo concetto si collega direttamente alla consapevolezza di sé, all’accettazione delle proprie imperfezioni e al coraggio di esprimere la propria unicità, anche se ciò comporta il rischio di non essere sempre capiti o apprezzati. Nel contesto attuale, dove siamo spesso influenzati dalle opinioni altrui e da modelli preconfezionati, l’autenticità è diventata un valore sempre più ricercato. Ma cosa vuol dire, davvero, essere autentici? E perché questo valore è così cruciale nella nostra esistenza?

Il coraggio di essere se stessi

Essere autentici è un atto di coraggio. Significa essere pronti a mostrarsi per quello che siamo veramente, con tutte le nostre sfaccettature, insicurezze, imperfezioni. Spesso, fin da piccoli , ci viene insegnato a indossare una “maschera sociale”, a sembrare forti, sempre impeccabili perfetti e ad adattarci agli altri. ” Non piangere che sei una femminuccia… guarda come si comporta bene il tuo compagno mentre tu sei sempre indietro con i compiti…” quante volte lo abbiamo sentito da bambini? Questo comportamento può farci perdere di vista la nostra vera essenza, allontanandoci da ciò che siamo veramente. Essere autentici non vuol dire essere egoisti o indifferenti verso gli altri, anzi, significa permettere di instaurare relazioni più vere e profonde, in cui entrambe le persone possano sentirsi libere di esprimere sé stesse, senza il timore di essere giudicate. La sincerità e la trasparenza che nascono dall’autenticità sono alla base di legami forti, costruiti su rispetto e fiducia reciproca.

Autenticità e benessere

Numerosi studi psicologici hanno confermato che vivere in modo autentico favorisce il benessere mentale. Quando siamo coerenti con noi stessi, congrui, viviamo con meno stress e preoccupazioni, poiché non dobbiamo costantemente preoccuparci di come veniamo visti dagli altri. La nostra autostima cresce, e impariamo a convivere con le nostre imperfezioni senza il peso del confronto continuo con modelli esterni. E’ anche un utile esercizio per lavorare sull’assenza di giudizio. Sia nei propri che nei confronti degli altri. Essere autentici è anche una strada per raggiungere una felicità più stabile e duratura. Quando siamo fedeli ai nostri valori e desideri, ci sentiamo più soddisfatti e appagati dalla nostra vita. La consapevolezza di agire in modo coerente con il nostro io profondo è uno dei principali motori per vivere appieno e con serenità. Significa anche essere consapevoli del proprio scopo di vita, significa interrogarsi sul proprio ikigai, trovare il proprio posto nel mondo.

Affrontare le paure

Essere autentici non è sempre facile. La paura del giudizio degli altri, la necessità di accettazione sociale e la pressione per conformarsi ai modelli di bellezza, successo e perfezione sono costantemente presenti. Ma il vero coraggio sta nell’affrontare queste paure e nel non permettere che determinino le nostre scelte.

Il cammino verso l’autenticità richiede tempo e pazienza. Spesso bisogna fare i conti con la paura di essere respinti o di non essere all’altezza. Ma è solo accettando queste paure e imparando a vivere con esse che possiamo davvero essere noi stessi.

Essere autentici nelle relazioni

Essere autentici non vuol dire essere egoisti o insensibili, ma significa saper stabilire confini sani, esprimere i propri bisogni e rispettare quelli degli altri. Le relazioni più soddisfacenti sono quelle in cui entrambe le persone si sentono libere di essere se stesse, senza timore di nascondere parti della loro personalità.

Essere autentici nelle relazioni significa anche saper ascoltare l’altro senza giudizio, senza tentare di cambiarlo. La genuinità ci permette di costruire legami più solidi e di instaurare una connessione empatica che va oltre le parole. L’autenticità ci porta ad instaurare relazioni autentiche, vere e disinteressate.

Conclusioni

In un mondo che ci invita spesso ad apparire più che ad essere, l’autenticità diventa un atto rivoluzionario. Non si tratta di non adattarsi , ma di scegliere consapevolmente quando farlo, senza dimenticare chi siamo davvero. Essere autentici significa essere liberi, liberi di esprimere la nostra verità, liberi di vivere secondo i nostri principi. La vera bellezza risiede nell’essere se stessi, senza finzioni, e nel permettere agli altri di fare lo stesso.

Vivere autenticamente è una scelta, un cammino che richiede impegno, ma che porta con sé un senso di pace e soddisfazione che non può essere raggiunto in nessun altro modo. Un atto di libertà e coraggio.

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Assertività, la qualità per vivere in equilibrio

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Sembra che l’aggressività sia diventata la cifra per comunicare nel nuovo millennio. Probabilmente nei corsi e ricorsi storici i ventenni di tutti i tempi sono caratterizzati da questa stortura. La credenza che essere duri, aggressivi, alzare la voce, insomma l’idea dell’uomo e della donna forti, paghi. Eppure esiste un antidoto: l’assertività, la capacità di esprimere in modo chiaro e rispettoso i propri pensieri, emozioni e necessità, senza risultare né troppo aggressivi né troppo remissivi. È un’abilità importante per costruire relazioni sane, gestire i conflitti in modo positivo e aumentare la propria autostima.

Cosa significa essere assertivi?

Essere assertivi significa saper comunicare le proprie idee e desideri in modo diretto, ma rispettoso, senza prevaricare gli altri. È l’opposto di essere passivi, cioè non esprimere ciò che si pensa o si desidera, e di essere aggressivi, che vuol dire imporre la propria volontà sugli altri.

Una persona assertiva:

  • Esprime i propri pensieri e sentimenti: È capace di dire ciò che pensa in modo chiaro, senza paura di essere giudicata.
  • Sa dire “no”: È in grado di rifiutare richieste senza sentirsi in colpa o indecisa.
  • Rispetta gli altri: Riconosce i diritti e i bisogni degli altri senza annullare i propri.

I vantaggi dell’assertività

Essere assertivi porta numerosi benefici, sia nella vita privata che in quella professionale. Ecco alcuni dei principali vantaggi:

  1. Aumento dell’autostima: Affermarsi con sicurezza e rispetto per sé stessi rafforza la propria autostima.
  2. Miglioramento delle relazioni interpersonali: Comunicare in modo assertivo riduce i malintesi e facilita una comunicazione più autentica.
  3. Gestione positiva dei conflitti: L’assertività consente di affrontare le difficoltà con un approccio costruttivo, puntando alla risoluzione dei problemi.
  4. Maggiore controllo emotivo: Le persone assertive sono in grado di gestire meglio le proprie emozioni, evitando reazioni impulsive o eccessive.

Come sviluppare l’assertività?

L’assertività può essere sviluppata attraverso la pratica e la consapevolezza. Ecco alcuni suggerimenti per allenarla:

  1. Sviluppare l’ascolto attivo: L’assertività non riguarda solo il dire, ma anche il saper ascoltare gli altri, mostrando interesse e comprensione.
  2. Utilizzare un linguaggio inclusivo: Invece di accusare, giudicare è utile usare uno stile di comunicazione dicendo “Io penso…” o “Io sento…”. In questo modo si evita di puntare il dito contro gli altri, favorendo una comunicazione più rispettosa.
  3. Imparare a dire no: Dire di no in modo fermo, ma cortese è essenziale per stabilire i propri confini. Non è necessario giustificarsi troppo, basta essere chiari e diretti.
  4. Curare il linguaggio del corpo: La postura, il tono di voce e il contatto visivo sono componenti essenziali della comunicazione assertiva. Una postura eretta, una voce sicura e il giusto contatto visivo contribuiscono a trasmettere assertività.
  5. Rispettare i propri limiti: È importante conoscere i propri limiti emotivi e fisici e saperli comunicare agli altri in modo chiaro.

L’assertività e l’empatia

Essere assertivi non significa solo difendere le proprie ragioni, ma anche rispettare quelle degli altri. L’assertività e l’empatia sono strettamente collegate, perché entrambe richiedono una consapevolezza emotiva elevata e la capacità di comprendere e rispettare le necessità altrui. Sapersi mettere nei panni degli altri, valutare anche i punti di vista altrui consente di poter instaurare relazioni serene, sane e soddisfacenti. Essere empatici è l’opposto di essere aggressivi.

Conclusioni

L’assertività è una competenza fondamentale per una vita sana, soddisfacente e in equilibrio. Saper esprimere se stessi in modo chiaro e rispettoso aiuta a costruire relazioni genuine e ad affrontare le difficoltà con serenità. Non è necessario essere aggressivi o remissivi: l’assertività permette di trovare un equilibrio tra i propri desideri e quelli degli altri, migliorando la qualità della vita in generale. Non resta che una domanda: ma che bisogno c’è allora di aggredire, urlare? Forse non siamo così convinti di essere nella ragione… Come dice il proverbio : “La ragione non urla”…

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