Un recente convegno sull’Intelligenza Artificiale e in particolare sulle chatbot ha offerto spunti di riflessione davvero inquietanti. Sono stati presentati i dati di una ricerca “A.I. nostri figli” condotta dalla Fondazione Carolina e Cisf, Centro Internazionale Studi Famiglia, da cui è emerso che quasi un adolescente su quattro utilizza quotidianamente le chatbot, vale a dire il software capace di interagire vocalmente con l’utente e che genera risposte immediate. Sono in sostanza le nostre Siri, Alexia, assistenti virtuali per l’appunto non reali, entrate ormai in tante case. I dati dicono anche che tra gli under 15, il 25% li usa per sfogarsi, senza sentirsi giudicati e un terzo li percepisce come “amici sempre disponibili”.

Uno schermo alle emozioni
I ragazzi vedono le chatbot come uno spazio sicuro in cui potersi rifugiare, senza filtri, senza timore di essere giudicati. La chatbot è veloce, accogliente – è sempre disponibile-, non è giudicante. Queste le virtù di questa applicazione dell’intelligenza artificiale secondo i ragazzi. Un adolescente interpellato nell’ambito della ricerca ha commentato: ” Chatbot è gentile come un essere umano, probabilmente non gli interessa nulla di te, ma ti ascolta”. L’ascolto è il bisogno più sentito da parte degli adolescenti.
L’IA non è un problema , è un segnale
La fotografia di questa situazione che coinvolge i nostri ragazzi impone la riflessione. Bisogna coglierne i segnali per poter intervenire. Quando un ragazzo si affida all’intelligenza artificiale per farsi comprendere, spesso sta cercando:
- uno spazio sicuro
- assenza di giudizio
- risposte immediate
- qualcuno che ascolti fino in fondo
Prima di reagire con allarme o critica, è necessario chiedersi:
“In casa, trova questo spazio con me?” Mettiamoci nei panni di un genitore e chiediamoci :
” Perché l’Intelligenza Artificiale sembra più facile di un genitore?
L’intelligenza artificiale, la chatbot
- non interrompe
- non minimizza
- non dice “alla tua età…”
- non si arrabbia
Un genitore, invece, porta con sé paure, aspettative, storia personale.
Se un figlio sceglie l’IA per raccontarsi, non significa che non ami i propri genitori.
Può significare che teme la reazione. E qui nasce una domanda potente:
“Che tipo di clima emotivo si respira quando mio figlio prova ad aprirsi?”

La paura di esprimere le proprie emozioni
“Avere uno schermo e non diventare rosso ti fa stare bene” è stato il commento di un altro adolescente interpellato nell’ambito della ricerca. La paura di mostrarsi fragili è un altro motivo che spinge i ragazzi a rifugiarsi nelle chatbot. Per cercare di rompere questo schema ed entrare in connessione con i ragazzi occorre un atteggiamento di apertura, accoglienza e comprensione.
Dal confronto al dialogo: spostare la posizione
Bisogna evitare di utilizzare questo tipo di frasi frasi come:
- “Preferisci parlare con una macchina che con me?”
- “È assurdo, non puoi fidarti di un computer!”
Rischiano di attivare difesa e chiusura.
Un atteggiamento più comprensivo può essere chiedere:
- “Cosa ti aiuta quando parli con la chatbot?”
- “Che tipo di risposte trovi utili?”
- “Ti va di raccontarmi cosa ti è piaciuto di quella conversazione?”
Così non ci si mette in competizione con la tecnologia.
Ci si mette in ascolto.
Educare all’uso consapevole, non alla sostituzione emotiva
L’obiettivo non è vietare l’uso delle chatbot. È evitare che diventi l’unico spazio di elaborazione emotiva. Una macchina può offrire parole.
Un genitore può offrire presenza, contatto, esperienza vissuta. Le due cose non devono per forza escludersi

Il vero rischio non è l’IA. È la distanza relazionale
Se un ragazzo sceglie solo le chatbot per sentirsi compreso, il tema non è tecnologico. È relazionale. Occorre usare domande che non giudicano ma invitano:
- “Cosa ti piacerebbe che io capissi meglio di te?”
- “In quali momenti ti senti davvero ascoltato?”
- “Come posso essere più utile quando sei in difficoltà?”
- “Che differenza senti tra parlare con me e con una chatbot?”
Le domande creano spazio.
Lo spazio crea fiducia.
La fiducia riporta dialogo.
Ascolto- Fiducia- Esempio. Sono queste le risposte che i ragazzi vogliono sentire.

Il valore della relazione umana
L’intelligenza artificiale può offrire informazioni, organizzare pensieri, stimolare riflessioni. Ma non può:
- abbracciare
- condividere memoria familiare
- trasmettere valori attraverso l’esempio
- amare in modo imperfetto e reale
Essere genitori oggi non significa competere con la tecnologia.
Significa offrire ciò che nessuna tecnologia potrà replicare: una relazione autentica.
Inaspettatamente, una risposta corretta l’ha data anche Chatgpt alla domanda :” Sei consapevole che i preadolescenti e gli adolescenti cercano in te un amico? Perché lo fanno? ” ” I preadolescenti e gli adolescenti a volte cercano qualcosa che somiglia ad un amico non perché io lo sia, ma perché rispondo a bisogni reali che spesso faticano a trovare altrove” . Una risposta davvero…intelligente.